Orazione del prof. Omar Lapecia Bis, socio Compagno è il Mondo Marca Trevigiana e presidente ANPI Conegliano, all’incontro pubblico organizzato dall’Amministrazione comunale di Conegliano.

Signor Sindaco, Autorità civili militari cittadine e Cittadini,
Buon 25 Aprile esserci oggi non è una semplice consuetudine, è un atto di scelta, di resistenza, di memoria e di futuro. Essere in piazza oggi, a ottant’anni dalla Liberazione, significa non solo rendere omaggio ai caduti della Resistenza, ma gridare con forza che la libertà conquistata col sangue non è negoziabile. La Liberazione non è un capitolo chiuso nei libri di storia, è una promessa che ogni generazione ha il dovere di rinnovare.
Senza lavoro non c’è libertà. Ce lo ha insegnato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza. Un popolo precario è un popolo più ricattabile, più vulnerabile, più manipolabile. La libertà non è piena se si vive nella paura di perdere il posto, se non si ha la possibilità di costruire un futuro degno. Il lavoro è dignità, è partecipazione, è democrazia.
Siamo qui, nella nostra Conegliano, ricca di storia, di sacrificio e di coraggio.
Durante la lotta di Liberazione, oltre 300 partigiane e partigiani si sono uniti alla Divisione Nanetti. Hanno operato nelle colline, nei boschi, nei casolari, spesso da soli, ma mai senza la solidarietà del popolo. Conegliano e i suoi dintorni hanno conosciuto rastrellamenti feroci, torture, deportazioni.
Famiglie intere hanno pagato con la vita la scelta di aiutare un partigiano, di non piegarsi al regime.
La nostra città è attraversata da luoghi della memoria viva: la stazione dei
treni, il Teatro Accademia, sede del Tribunale Speciale Fascista, il Castello
trasformato in carcere dalla Decima MAS, le vie dove furono affissi i nomi dei fucilati e dei deportati. È qui che si è scritta la nostra storia. Ed è da qui che oggi, ancora una volta, diciamo che la libertà si difende, ogni giorno.
E allora che senso ha essere ANPI oggi? Ha un senso profondo, ineludibile,
necessario. Perché ogni volta che qualcuno minimizza il fascismo, che riscrive la storia, che nega i crimini, che attacca la Costituzione, noi dobbiamo esserci. ANPI è memoria ma è soprattutto impegno, azione, vigilanza. È un argine morale e culturale contro l’odio, il razzismo, il revisionismo. È una voce collettiva che difende i diritti, che parla di pace, che educa alla democrazia.
Essere antifascisti oggi significa scegliere da che parte stare: dalla parte
della giustizia sociale, dell’accoglienza, della scuola pubblica, del lavoro
dignitoso, della pace. Significa non girarsi dall’altra parte di fronte alle
discriminazioni, ai muri, alle guerre.
Perché dobbiamo celebrare a 80 anni di distanza il 25 aprile? Quella data è un simbolo, il simbolo di una libertà riconquistata a caro prezzo, quando, come paese che aveva dato i natali al fascismo, riconquistammo la libertà, ma anche la dignità e l’onore.
Ed è una data chiamata a celebrare per le generazioni future il valore di una patria chiamata libertà, chiamata democrazia, chiamata giustizia sociale. una patria che dalla guerra di liberazione, dalla guerra delle montagne si è incarnata nella nostra costituzione. Ma chi erano i Partigiani di ieri?
Erano giovani, operai, studenti, contadini,soldati. Gente semplice che scelse di non piegarsi, che decise che la dignità valeva più della vita stessa. Gente che salì in montagna per combattere, per difendere l’Italia che ancora non c’era, ma che sognavano giusta, libera e democratica.
Eppure, fu un prezzo altissimo quello pagato da questa città. L’occupazione nazifascista qui non fu soltanto una parola. Fu ferocia. Fu sangue.
Il dissolversi dello stato all’indomani dell’8 settembre, l’occupazione tedesca del centro-nord Italia – Treviso venne occupata il 12 settembre – la liberazione di Mussolini da Campo Imperatore, con la conseguente costituzione della Repubblica Sociale Italiana.
Fu in questo contesto che prese forma la Resistenza armata. A partire dal 10 settembre 1943, alcuni militari del Trevigiano abbandonarono i comandi in cui prestavano servizio e si rifugiarono sul Cansiglio, al Cimone, .Qui si unirono ad altri militari. Iniziò così a delinearsi una rete di contatti con gli antifascisti civili della zona di Conegliano,Intanto la collaborazione tra civili e militari antifascisti delle zone di Lago, Conegliano, Revine, Tovena e Nervesa si consolidò. Nacque così il nucleo embrionale della futura Brigata Piave.
Nei primi mesi, i resistenti si dedicarono a volantinaggio, reperimento di armi, sabotaggi alle linee telefoniche, telegrafiche e ferroviarie, specie tra
Conegliano, Belluno, Venezia e Udine. Quando armi e addestramento lo
permisero, iniziarono azioni militari dirette: il disarmo di repubblichini a
Conegliano (novembre ’43), colpi di mano contro le Case del Fascio di
Conegliano (gennaio ’44) e Mareno (febbraio), fino all’assalto alle carceri di
Vittorio Veneto, dove furono liberati quindici antifascisti.
La violenza della repressione nazifascista, agli ordini diretti di Kesselring, non si fece attendere. A Conegliano, nel Castello delle urla strazianti, la Decima MAS mise in atto una delle pagine più buie: torture efferate, sevizie impensabili, soprusi sistematici contro uomini e donne, giovani e sacerdoti, fino alla fucilazione sommaria, spesso alle spalle.
Un orrore inimmaginabile. Eppure, c’era chi in quell’orrore si sentiva a casa. Il tenente Bertozzi. Piccolo, tozzo, asimmetrico nel volto, sadico nei gesti, costruì attorno a sé un reparto investigativo fatto a sua immagine: efferato, crudele, inumano. Le torture erano sistematiche e disumane: corpi straziati, donne appese nude con carrucole, uomini seviziati con cani, scariche elettriche, mutilazioni. Le urla erano il sottofondo continuo del castello.
È vergognoso, oggi, che ci siano ancora uomini e donne che si inchinino alla memoria di quella formazione. La Decima MAS ha infangato l’uniforme italiana.
Chi la rievoca si pone al di fuori della nostra Repubblica. Le urla a Conegliano erano anche quelle degli IMI e dei deportati che sostavano
con i treni piombati nella stazione di Conegliano e lungo quelle massicciate venivano raccolti da coraggiosi cittadini i biglietti d’addio di queste persone. Mi piace pensare ad un fiorire di papaveri rossi lungo quelle massicciate. Un colore intenso che spenga il buio dell’orrore.
Eppure, in quel buio, qualcuno scelse di resistere. E grazie a quella scelta, oggi possiamo ricordare.
È per quei martiri per loro, per tutti loro, che oggi siamo qui. Non per un rituale vuoto, ma per una memoria viva. Perché se il passato tace, il futuro si fa cieco.
E proprio perché ricordiamo, oggi celebriamo anche ciò che da quella
Resistenza nacque: la Costituzione della Repubblica Italiana.
Una Costituzione che ha tradotto il sangue della lotta in conquiste concrete: la libertà, il lavoro come diritto e come chiave della dignità delle persone. Un lavoro sicuro, non precario, garantito. Un lavoro che libera, non che opprime.
Una Costituzione che ha riconosciuto il diritto ad essere cittadini, il diritto delle nuove generazioni ad avere uguali diritti, a non essere discriminate in base alla provenienza, al colore della pelle, alla lingua o alla religione. Una società che accoglie, che integra, che offre possibilità di crescita a tutte e a tutti.
Nel pieno del buio ventennio fascista, i membri del Comitato di Liberazione Nazionale si fecero carico di un compito storico: preparare il terreno per la rinascita democratica dell’Italia. Con grande lungimiranza, posero al centro alcuni pilastri imprescindibili: la centralità del Parlamento, la legittimazione dell’azione legislativa attraverso il suffragio universale, l’idea stessa di rappresentanza. Principi che il fascismo aveva avversato con ferocia, e che l’antifascismo ha invece custodito, difeso e rilanciato con forza.
È importante ribadire una verità semplice:. È la Costituzione ad essere
antifascista. Lo è nella sua ispirazione, nel suo lessico, nella sua architettura morale e politica. La nostra Carta è il risultato di un incontro tra le diverse anime dell’antifascismo: cattolica, socialista, liberale, comunista. È un patto di convivenza civile nato dalla Resistenza.
Ma il fascismo non è solo un fenomeno del passato. Oggi si presenta con nuove forme, nuove parole, nuovi volti. Meno stivaloni, più algoritmi. Meno proclami, più slogan virali. È una retorica semplificatrice che propone risposte facili a problemi complessi, che anestetizza la società, che invita alla passività. Per questo l’antifascismo non può mai essere solo un ricordo: deve essere pratica viva, deve essere stimolo, deve essere pungolo.
Un antifascismo pratico e partecipativo, capace di riconoscere i nuovi campi di battaglia della democrazia: i diritti civili e sociali, messi sotto attacco da un pensiero escludente e nostalgico; le libertà personali, spesso ridotte a privilegi per pochi; la giustizia ambientale, perché l’ecologia è ormai terreno decisivo della cittadinanza; la libertà di movimento, perché la solidarietà non può avere confini; la parità di genere, perché il corpo delle donne non deve più essere campo di conquista; la dignità delle differenze, perché un antifascismo queer e inclusivo è oggi quanto mai necessario.
Cosa vuol dire essere Partigiani oggi? Il nostro compito, oggi, è chiaro:
difendere la democrazia rappresentativa e partecipativa, il diritto di
manifestare, la libertà di esprimersi, l’uguaglianza nella diversità. In un’epoca in cui la retorica autoritaria torna ad alzare la testa, in cui si tenta di reprimere e delegittimare ogni movimento democratico – con lo squadrismo verbale o perfino fisico – l’antifascismo deve essere la voce alta e chiara di chi rivendica il diritto di esserci, di partecipare, di sognare un mondo migliore.
Antifascismo è una piazza che si riempie per scelta, non per imposizione. È la gioia civile di poter stare insieme in nome della libertà. È la negazione più positiva che si possa immaginare, perché racchiude in sé le parole più belle del nostro vocabolario pubblico: libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà.
Dobbiamo costruire. E continuare a farlo insieme, ogni giorno, a partire da qui, da questa piazza.
E allora, che festa sia! Ma che sia la festa della liberazione anche dal
lavoro precario, dal lavoro insicuro, dalla povertà che umilia.
Che sia un 25 aprile in cui rinasce la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici.
Che sia un 25 aprile di lotta per i diritti, per l’uguaglianza, per la giustizia
sociale.
Che sia soprattutto un 25 aprile di libertà di espressione: perché la libertà
non è scontata, non è data per sempre. Si conquista ogni giorno, con la
partecipazione, con l’impegno, con la scelta consapevole del voto.
Perché se non si vota, la democrazia muore. E con essa muore ogni
speranza.
L’ANPI, oggi più che mai, è chiamata a custodire quella Costituzione
antifascista scritta col sangue dei partigiani, nata sulle rovine della dittatura, costruita con i mattoni della giustizia e della pace.
E oggi dobbiamo avere il coraggio, la forza e anche la semplicità di dirlo con chiarezza: io sono antifascista.
Lo dico senza esitazioni, perché l’antifascismo è la base della nostra
democrazia. Non è un’opinione, non è una bandiera di parte. È un valore
fondante della nostra convivenza civile. È l’argine contro ogni rigurgito di odio, violenza, razzismo.
In questo tempo difficile, in cui nel mondo tornano i venti di guerra, di
nazionalismo, di sfruttamento, ricordiamoci il gesto potente di Papa Francesco, quando scelse Lampedusa come prima tappa del suo pontificato.
Andò ad accogliere i migranti, a tendere una mano a chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla schiavitù. In quel gesto c’era l’essenza del messaggio cristiano e umano: nessun essere umano è illegale, nessun essere umano è da respingere.
Basta guerre, basta sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo bisogno di pace, di solidarietà, di cura reciproca.
Lasciatemi ricordare le parole di un partigiano condannato a morte, aveva
ventiquattro anni. Scrisse a sua madre, poco prima di essere fucilato dai
fascisti:
“Cara mamma,
non piangere.
La mia morte sarà un seme.
La libertà fiorirà,
anche grazie al mio sangue.
Io non ho paura.
Ho solo un grande amore per la vita,
per te, per l’Italia.
Viva la libertà!”
Ecco, amici e amiche:
che ogni nostra parola, ogni nostro gesto, ogni nostro voto, sia degno
del sacrificio di questo ragazzo e dei tanti come lui. Che la Resistenza viva oggi, domani, sempre. E allora finiamo con una parola di speranza Io sono un inguaribile ottimista, perché forse è proprio questo il senso della memoria farsi strada nel nostro tempo stare con oggi che la democrazia è sotto attacco che emergono nuove forme di autoritarismo
Forse conviene ritornare un po’ alle origini della nostra storia e a quell’isola di Ventotene dove la meglio gioventù antifascista per la prima volta aveva immaginato un’ Europa Democratica e unita senza più guerre e senza più conflitti un nuovo mondo, un mondo nuovo a difesa della Libertà contro muri di pietra e muri di idee e lo ha scritto Altiero Spinelli quando lasciò quell’isola :
“proprio nella più profonda delle solitudini quando tutto sembrava precipitare nell’abisso, nell’abisso della rassegnazione , che avevo vissuto
e mi ero imbattuto nel fremito dell’apparire delle cose impossibili”
Viva il 25 aprile!
Viva la Resistenza!
Viva la Costituzione antifascista!
Viva l’Italia libera e democratica!

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