A cura di Rosario Grillo
Esordisco dicendo che è un tema che richiederebbe giornate di studio e analisi. Ma questo è un luogo comune .
La situazione starebbe oggi nelle stesse condizioni in cui si trovò dopo il 1989 con la crisi del partito comunista italiano. A quel tempo Occhetto fu deriso da tutti per aver improntato la Bolognina, ovvero il “carrozzone”: partito -movimento- associazione- insieme di associazioni. Diciamo pure che forze oscure superiori già tramavano nell’ombra per portare al fallimento di certe idee. Da lì in avanti fu tutto un declino ; la stessa luce dell’Ulivo” di Prodi, guardata retrospettivamente, presenta molte ombre e lascia il sospetto di operazione decisa a tavolino. Fatto sta che, preso l’abbrivio dal disegno pacificatore di Togliatti, si cercò di imbastire forzosamente una coalizione di ex DC ed ex PCI, senza nessuna preparazione né sociologica né politica, tanto meno poggiata su basi reali.
Non si pensò alla necessità reale di reagire alla crisi dei partiti e di mettere mano alla rifondazione degli stessi. Un partito deve aderire alla società.
Significativo è infatti il divenire, nella storia : il principale cambio che, in essa, si è registrato è il passaggio dal partito dei notabili al partito di massa (tra fine ‘800 ed inizio ‘900 ). Il 1989 significava urgenza di innovare trasformando ulteriormente il sistema dei partiti, avvicinandoli alla società in decisa evoluzione. Da allora sono stati persi così anni preziosi!! Non si può non ipotizzare una correlazione strettissima tra la crisi politica dilagante e la crisi dei partiti. Tutti i partiti, intendo.
( È chiaro che sorvolo sulle migliaia dei fenomeni addentellati: Tangentopoli finanziamento dei partiti populismo eccetera). Il populismo altro non è che una supplenza al vuoto di rappresentanza dei partiti e qui intendo rappresentanza in coerenza con l’articolo della costituzione, che demanda o riconosce ai partiti la funzione di convogliare la società- le tendenze sociali- gli umori sociali- i bisogni- le aspirazioni- le proiezioni. ( Una sorta di assorbimento e di restituzione nel pieno rispetto della dinamica intrinseca.)
Il populismo agisce altrimenti: come soddisfazione incontrollata e incontrollabile delle pulsioni della società.Di una società che , al seguito di un divenire frenetico delle cose, si sfilaccia, si riempie di contraddizioni, conosce conflitti e divisioni, perde la sua organicità. Potremmo dire che la complessità, oggi parte imprescindibile del corpo sociale, è in gran parte indotta da questi fenomeni. E la complessità, populisticamente affrontata, produce autocrazia , potere forte, democratura et similia.
Rimando per una lettura esauriente di questa fenomenologia agli studi di Beck di Donolo di Bauman.
Una chiave d’interpretazione virtuosa della complessità si trova in Edgar Morin, nel nostro Mauro Ceruti. In questo caso, la complessità diventa funzionale ad uno sguardo olistico, capace di cogliere le nervature, che non separano ma assemblano e fondono, creano un corpo articolato ma unitario.
Il PD
Conosciamo le mutazioni di denominazione fino all’attuale PD. La incapacità di essere “ antenna del sociale”, invece resta e si incancrenisce.
Dietro al più recente insuccesso, da fuori e da dentro, si punta il dito sulla insistenza al “ governismo”. Poco si intende, però, se si resta alla superficie dell’accusa . Nella sostanza, cioè, più che un aumento di un “ prendersi cura del Paese “ risulta in crescita discrepante, nel PD, “ l’interesse alle poltrone “ che la funzione governativa consente e favorisce.Nel contempo, l’abbandono delle sezioni periferiche del partito, l’incuria del dibattito con il quale un partito coscienzioso capta le tendenze di base (che sarebbero quelle autenticamente democratiche). Il PD abbandona il territorio, si fa astratto e asettico, pura burocrazia, “luogo di baroni”, “macchina di potere”.
Per questo spaccato, rimando ad un libro che riesce a riassumere il “succo della sterilizzazione” mentre si occupa della rivendicazione del “bene comune “, preso per il verso molto concreto del governo del territorio, (1) in sintonia con le diversità, con il tesoro che l’Italia ha avuto dalla storia : il policentrismo. Il libro è
RIABITARE L’ITALIA di AA.VV. Ed. Donzelli.
In esso si segue il tracciato dell’intuizione storica di Giuliano Procacci ( Storia degli italiani), si porta avanti la trama della Storia d’Italia curata da Einaudi, incardinata sul principio basilare del “ rispetto della sua geografia “ ( L. Gambi ).
Nel libro si declina, dentro il tessuto vivo del paese, del territorio, la dissennatezza dell’operare “ in gerarchia”, “ in verticale”, senza aderenza orizzontale alla pluralità delle vocazioni, che si esprimono in ogni angolo : tante volte più in periferia che nel centro delle città, più nei paesi abbandonati e in grave crisi demografica che nella cintura del “ triangolo industriale”. E poi comunque, non ci deve muovere il ribaltamento quanto l’operare per l’equilibrio, per la sinergia delle forze attive, senza privilegi, senza clientelismo, senza favoritismi.
Dentro questa centrifuga impazzita, il PD (ogni partito di vecchio stampo) ha tolto le ancore per far andare alla deriva la “ nave italiana “.( L’Italia , badate, non cresce più almeno da un trentennio). Tutti hanno celebrato la filosofia che il “ pensiero economico “ uscito dalla scuola marginalista (2) ha teorizzato. La” filosofia dell’utile marginale “, che ha osannato il capitalismo, che ha rivisitato la teoria marxista del valore, che ha ripulito il liberismo di Smith derubricando il pathos etico, rimpiazzandolo con puri dati matematico-statistici. In essa la ricchezza si produce dall’alto; non la producono i lavoratori, la forza materiale reale . In questa teoria, la ricchezza della società aumenta solo per la via del “ grasso che cola dall’alto”.
Ingenuamente si è creduto a Veltroni, ad Obama…Abbiamo flirtato con Blair e Giddens e “ la terza via “, abbiamo contribuito ad “ esportare la democrazia”…abbiamo fatto disastri nei Balcani, in Libia, in Medio Oriente eccetera.
Voglio dire ( e lo faccio necessariamente con sintesi) che le scelte di politica estera sono complementari di quella interna. NULLA SI PUÒ DISGIUNGERE..
GUERRA EUROPA POLITICA INTERNAZIONALE
Andando per via di tagli e salti, mi interessa evidenziare la deriva della Comunità europea, dopo Maastricht, in ottemperanza ai canoni del neoliberismo. Se difatti i primi passi dell’Europa erano stati fatti entro il solco dell’economia ( CECA, CEE, UE), non si poteva per questo già concludere che erano stati abbandonati gli ideali fondativi di Altiero Spinelli. Nel congegno monetario, invece viene introdotto il “ cavallo di Troia” e si distorce il cammino del federalismo. Aumenta il peso delle sovranità nazionali, si tarpano le ali del Parlamento europeo e… la crisi del 2008 permette di fare “ il grande salto” ( all’indietro) con il “ patto di austerità “ eccetera ( A mio parere, la tanto decantata svolta solidale durante Covid è tutta una boutade). Nel frattempo, l’allargamento ad Oriente con l’inclusione degli Stati post comunisti è stata sfruttata come l’occasione per il “ divide et impera “, per mettere in perenne standby il cammino verso il federalismo .
Da qui all’infeudamento agli USA il passo è breve, da qui alla scelta dissennata di sostenere con le armi l’Ucraina il rapporto è diretto. SE BADATE BENE, CONSEGUE E SI MANTIENE COSÌ UNA DISTANZA INCOLMABILE DELLE ISTITUZIONI DALLA SOCIETÀ CIVILE, SI COMPIONO SCELTE ANCHE A DISCAPITO, SOLO NELL’ INTERESSE DI ALCUNI.
Vanno alla rovina organi internazionali , vedi ONU, si sacrificano vite umane : quelle dei migranti, si fa – non voglio esagerare – olocausto.
GIOVANI
Se c’è una spia clamorosa del gap è la questione giovanile.
( Certo lo è, non ne faccio descrizione, ma considero la sua forza eclatante: la questione ambientale. Di essa siamo tutti informati, off course perché ne siamo intimamente parte. Si può solo constatare il costante, grave gravissimo rinvio di ogni scadenza dell’inizio dell’opera di risanamento),
La situazione è grave in Italia e lo è nel resto del mondo. In Italia comunque è disastrosa. Chiedete a Michele Seno, che raccoglie informazioni a riguardo : il declino demografico è pazzesco. È foriero, soprattutto, di insuperabili ostacoli al nostro avanzare .
Sono stato , di recente, a sentire il direttore del CENSIS. Ha dichiarato, davanti ad un’assemblea di giovani, l’assurda resistenza di un paese anziano alle scelte operabili in favore dei giovani, che – legge naturale alla mano – sono il domani, portano in grembo il futuro. E i partiti? I partiti, visto che tengono conto del serbatoio dei voti, optano in favore dei vecchi, che lasciano nel precariato del lavoro, nella precarietà dell’esistenza ; si disinteressano della emigrazione di tanti giovani italiani verso paesi più ospitali e più coscienti delle potenzialità ( a tutti i livelli) dei giovani.
Verso la conclusione
Il mio contributo si è fatto lungo; potrei continuare ancora; dovrei continuare per un quadro coerente.
Concludo invitando ad accostare l’analisi che ho sviluppato ai dati crudi delle recenti elezioni. Così si potrà dare “ sangue” alle considerazioni dell’Istituto Cattaneo ( o altri demoscopici), si leggerà oltre la contingenza della scelta tattica di andare, dissennatamente, divisi dal M5S, oltre la lente della piaga abituale della “ divisione della Sinistra “.
È grave, è profonda, è impegnativa, la crisi nella quale ci muoviamo.
Rosario Grillo
(1) Territorio è un concetto “denso “. Per non intenderlo per via esclusivamente geofisica si deve incorporare in esso tutto “il vissuto” delle persone che lo abitano.
La scuola neoclassica o marginalista si concentra soprattutto nello studio dell’allocazione efficiente delle risorse all’interno di un mercato a concorrenza perfetta e cioè all’interno di un mercato in cui vi è un’ottima diffusione di informazioni (necessarie affinché gli operatori decidano in modo consapevole); i fattori produttivi hanno la caratteristica della mobilità, nel senso che possono essere facilmente spostati; il mercato è caratterizzato dalla presenza di un elevato numero sia di venditori che di compratori in modo tale da evitare situazioni di oligopolio e monopolio. Lo studio appunto, basato sull’adozione di leggi matematiche, si concentra sull’”efficienza”, non considerando aspetti di tipo equitativo o etico. Per la scuola marginalista non è importante capire se si arriva ad un punto di equilibrio “equo”, ma “Pareto-efficiente”, ovvero dove non vi possa essere una differente allocazione delle risorse, che possa migliorare le condizioni del proprio promotore senza peggiorare quelle degli altri operatori del mercato.


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