Quando due anni fa eravamo rinchiusi per il lockdown auspicavamo tutti che il ritorno alla normalità ci avrebbe reso tutti migliori. Auspicavamo che il sacrificio (anche di vite) di molte lavoratrici e lavoratori a causa del Covid doveva servire per creare anche nei luoghi del lavoro quella sicurezza e salubrità che mancava.
Sono passati 24 mesi. Sono morte molte lavoratrici e molti lavoratori. Sono morti giovani; alcuni con poche ore di anzianità di servizio. Altri sono morti con poche ore di formazione all’attivo. Alcuni sono morti a poche ore dalla pensione dopo una vita spesa spesso per un’impresa che ha speculato considerando il lavoro umano una risorsa al pari delle materie prime. Purtroppo sono morti anche studenti che seguivano il percorso di alternanza scuola-lavoro.
E ci ritroviamo nel 2022 nel pieno di un conflitto bellico nel giardino d’Europa a riflettere e protestare in una giornata che dovrebbe essere soprattutto di Festa del Lavoro.
Si intrecciano esigenze di vita, di democrazia con l’andamento economico alquanto incerto. Una crisi economica che iniziata dalla crisi pandemica, sta progressivamente cambiando filtro e destinazione dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Questo non può renderci sereni se di fronte al mondo del lavoro si chiederà ancora di virare con scelte al ribasso, se si contestano le ipotesi di accordo finalizzate a favorire le aziende virtuose e sensibili alle esigenze dei lavoratori.
Non può renderci sereni se gli occhi dell’illegalità si stanno concentrando sui finanziamenti che il PNRR mette a disposizione e se gli stessi finanziamenti non saranno governati dalla Pubblica Amministrazione nell’interesse del bene collettivo, dei beni comuni.
Non ci rende sereni vedere che le organizzazioni imprenditoriali perseguono la frammentazione dei contratti di lavoro e la politica vede noi di Articolo UNO e pochi altri a chiederne uno sfoltimento.
Parimenti leggiamo quotidianamente delle continue lamentele che si levano da imprenditori convinti che i giovani preferiscono il reddito di cittadinanza al lavoro accusando la distruzione del mercato del lavoro. Bene siamo preoccupati se l’impresa non si rende conto che trovandosi nell’economia di mercato non capiscono che la loro offerta deve essere rivista: a quel punto sarebbe ben diverso l’interesse di chi va alla ricerca di un lavoro. E magari darebbe maggiore gratificazione ad entrambi.
Il mondo del lavoro con tutti i problemi irrisolti non può essere ulteriormente gravato anche dalla guerra. Per questo in tutte le piazze d’Italia e d’Europa il mondo sindacale si ritrova unito da questo importante messaggio. Si fermi la guerra.
Il Primo Maggio 2022 è necessariamente rivolto alla Pace perché senza la Pace non c’è festa.
Michele Seno


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