Problema casa: una bomba che esploderà a settembre

Costante della fase 1, oltre al bollettino delle 18:00 in cui si contavano morti e contagi, sono state le richieste da parte delle associazioni e dei sindacati di proprietari, inquilini e studenti per avere supporto da governo e amministrazioni sulla questione affitti.

A fronte delle tante richieste avanzate, le varie montagne hanno partorito però topolini. Da una parte abbiamo, infatti, nel cd Cura Italia modalità più rapide per la ripartizione delle risorse del fondo di sostegno all’affitto per il 2020 (60 milioni) e per la morosità incolpevole 2020 (9,5 milioni) con un intervento diretto dei Comuni nella gestione unificata delle risorse, oltre ad un intervento sui mutui e alla detrazione dei canoni delle locazioni commerciali da parte del conduttore attraverso il cd recupero del credito d’imposta. Dall’altra parte abbiamo una Regione Veneto che solo a maggio ha messo nella variazione di bilancio 1.500.000 euro per il sostegno all’affitto che per quanto si sa al momento sarà problematico per molti richiedere, tra moduli da compilare autonomamente online, certificazioni richieste, mancate convenzioni con i CAAF e poca chiarezza sull’erogazione del contributo. Attenderemo il 15 giugno per capire davvero di cosa si tratta.

Gli interventi non sono poco in sé, ma è necessario tener conto del contesto generale in cui si inseriscono per valutare come esploderà il problema nel momento in cui sarà levato il blocco alle esecuzioni degli sfratti, garantito dal decreto Cura Italia almeno fino al primo di settembre. Come esploderà perché, se non si agirà con decisione e se le direttive nazionali non verranno recepite adeguatamente da regioni e comuni, il risultato non potrà che essere il crollo del sistema.

L’emergenza Covid, infatti, si viene ad inserire in un più ampio contesto di stagnazione del mercato degli affitti che solo grazie al DM 16 gennaio 2017 -che ha riformato i contratti a canone concordato rendendoli più controllati e convenienti- aveva cominciato a riprendersi.

A seguito della crisi economica del 2008, chi è proprietario di un immobile tende a non metterlo in affitto e a preferire la vendita. In piena crisi economica, ciò lascia aperta la strada a speculazioni ma anche a seri deterioramenti degli immobili che rimangono chiusi e vuoti per anni, nel tempo creando sacche di degrado urbano e lasciando molte persone in cerca di un immobile in affitto senza possibilità di trovarlo. Chi continuava ad affittare, dunque, non aveva limiti se non quelli della propria coscienza per determinare la pigione, conscio che in cerca di case erano rimasti anche molti buoni pagatori. Chi continuava a fidarsi poco, finiva per gestire i propri immoli con:
contratti temporanei, approfittando della precarizzazione selvaggia del mondo del lavoro che porta alcune categorie di lavoratori a muoversi stagionalmente, primi fra tutti i docenti ma anche lavoratori agricoli e del settore edile;
-contratti studenti, approfittando della polarizzazione delle offerte formative in particolar modo universitarie;
-contratti turistici.

In questo contesto va inserito l’incentivo -visibile in tutte le scelte portate avanti particolarmente dalla regione Veneto ma in molti casi anche dello Stato- per spingere all’acquisto o alla costruzione di case di proprietà – si veda il cd. Piano Casa della regione ma anche il bene placet giunto molto prima per la svendita del patrimonio immobiliare di edilizia popolare.

Ciò ha portato nel tempo alla creazione, ad esempio, di nuclei familiari con già una casa di proprietà a cui giungeva in eredità l’abitazione di un parente deceduto. Che si fa in queste situazioni? Si vende, si mette in affitto o si lascia la casa vuota finché gli eredi non si mettono d’accordo su cosa fare dell’immobile, ricadendo in uno dei casi di cui sopra.

Questo contesto è un punto fondamentale da cui partire per capire le conseguenze che un’inazione o un’azione troppo blanda possa creare nel panorama sociale e immobiliare italiano e in particolar modo trevigiano. Questo perché la crisi sanitaria semplicemente si è trovata a far traboccare un vaso che già era colmo fino all’orlo a causa della poca attenzione che la questione casa ha sempre avuto agli occhi di molti legislatori.

Moltissimi inquilini, infatti, già erano in difficoltà a far fronte ai pagamenti da ben prima della crisi sanitaria, vittime della crisi economica e dalla mancata calmierazione generale degli affitti attraverso offerte statali concorrenziali. Non è un caso che per un salario medio le statistiche dimostrino come un affitto in Italia possa portarsi via tra il 60% e 80% degli introiti. In una situazione del genere, se arrivare a fine mese era difficile e non vedeva certo possibilità di accumuli di patrimonio per eventuali emergenze, con un salario decurtato dalla CIG o con la perdita del lavoro pagare gli affitti risulta impossibile o fattibile a prezzo di immensi sacrifici.

Questa è solo una faccia del problema, perchè specialmente nel trevigiano, dall’altra parte non sempre ci sono ricchi possidenti, spesso ci sono anche famiglie che hanno dall’affitto che gli viene pagato una fondamentale integrazione al reddito o che hanno affittato semplicemente perché non riuscivano a vendere la casa dei genitori.

Il problema non nasce ora, questa è la ragione per cui va fatto di più e bisogna agire a livello strutturale. Purtroppo ci sono stati troppi governi a tutti i livelli che hanno ritenuto in passato che il mercato potesse governarsi da solo e il risultato è stato che chi aveva i mezzi ha potuto lucrare sulle crisi dei più deboli, mentre chi non poteva finiva sempre più lontano da una qualsiasi possibilità di recupero.

E questo è stato possibile non solo per la mancanza di interventi, ma anche per la mancanza di informazioni.

Nel momento in cui è stato approvato il DM 16 gennaio 2017, infatti, l’informazione che i proprietari potevano affittare a condizioni fiscali vantaggiose se la sono dovuta cercare da soli le associazioni di categoria, i privati e le agenzie immobiliari, tanto che molti del campo ne sono ancora completamente all’oscuro o perseguono modalità non corrette che rischieranno di venire pesantemente sanzionate a seguito dei controlli.

Complice una formazione non adeguata del personale addetto a dare informazioni e alla possibilità di registrare affitti online senza l’obbligo di allegare il contratto, spesso alcuni proprietari si rendono conto di aver registrato un contratto non corretto solo mesi dopo, rischiando di dover pagare multe salatissime che certamente non li incentiveranno a riproporre nuovamente una locazione a qualcuno.

A settembre, se nessuno si attiverà prontamente per incentivare e diffondere capillarmente la notizia degli accordi sulla riduzione concordata dei canoni siglati dalle associazioni di categoria di proprietari e inquilini – per una volta tutti dalla stessa parte- non potremo che assistere ad un progressivo depauperamento di chi ha subito –e continuerà a subire- danni da questa crisi sanitaria, sia tra i piccoli proprietari sia tra gli inquilini, ma anche all’esplosione di tutti gli sfratti che non si saranno potuti rendere esecutivi fino ad allora.

Il rischio è che a settembre migliaia di persone finiscano sulla strada e che, al di là dei mezzi a loro disposizione, non ci siano più locazioni. Questo specialmente considerando che al momento case popolari disponibili -almeno nel trevigiano- non ce ne sono, in parte perché già assegnate ma in parte anche perché in piano vendita o completamente inagibili.

Per chi non ritenesse sufficiente sprone il dramma sociale che stiamo rischiando, c’è da considerare chi si potrà avvantaggiare di tutti questi appartamenti e case sfitte, in un periodo in cui la possibilità di acquisto verrà tolta definitivamente dalle mani degli italiani, e a quali conseguenza possa portare tutto questo nel breve termine. Non dimentichiamo che riaprire tutto non riporta automaticamente la situazione a com’era prima del Covid, ed è da questa realtà dei fatti che bisogna ripartire.

Se prima c’erano molti poveri e moltissimi in bilico, ora il sistema è crollato definitivamente, va quindi invertita decisamente la rotta ripartendo da ciò che ora serve davvero alle persone. Solo se ripartiremo dai bisogni delle persone possiamo comprendere quali sono i settori davvero strategici su cui investire per risollevare il mercato interno ed evitare di diventare preda delle speculazioni dei soliti noti o di attori stranieri. Se la quarantena di marzo e aprile ci ha insegnato con le cattive maniere che uno di quei settori strategici da proteggere era la sanità, rischiamo che a settembre la cruda realtà dei fatti ci insegni che lo era anche la questione casa.   

Deborah Marcon – Tesoriere di Articolo UNO



Lascia un commento