Dopo 70 anni, l’Europa è ancora il nostro futuro

L’Europa è il futuro, qualsiasi altra politica il passato.” Roland Dumas

In questo momento storico nel quale solo pochi hanno certezze e le esprimono in quotidiane bulimiche conferenze stampa per raccontare i dati dell’epidemia Covid, non possiamo non domandarci cosa è e cosa può rimanere dell’UE quando supereremo (perché questa è una certezza!) questo difficile momento.
E’ l’anniversario della dichiarazione di Schuman che ricorda la giornata del 9 maggio: una data significativa per una visione unitaria di crescita e comunanza di interessi tra i popoli europei. Inutile ricordare che in questi 70 anni l’Europa ha funzionato ed attratto molti Stati ad unirsi, in quelle che fin da subito furono soprattutto terre di un “mercato” unico. Fin da subito siamo stati “assieme” per motivazioni economiche, prima il carbone e l’acciaio, poi l’energia nucleare, il mercato nel senso più largo ed infine uniti dalla moneta. Tutto proiettato verso la prospettiva di una unione federale degli Stati.
La federazione è franata mentre si stava per consolidare il risultato approvando una “Costituzione”. Era l’inizio del millennio corrente sebbene sembri passato un secolo e tutto sciaguratamente svanì più per le influenti forze esterne che per le nascenti pretese nazionali o per le strumentali concezioni sulle radici giudaico-cristiane.
Ora però, culturalmente il passaggio avvenuto con l’avanzata di nazionalismi e destre ovunque e soprattutto con la saldatura che i gruppi di potere, fautori del neoliberismo in crisi, hanno trovato con la cultura nazionalista, si è attivata una miscela tossica che abbiamo testato proprio nei giorni scorsi nell’inutile ed ingannevole propaganda che (in Italia) abbiamo avuto sul MES.
In queste ore però, un flebile articolo del house organ di Confindustria fa sapere che, si l’Italia deve accettare tutti gli aiuti; va bene anche il Mes visto che non ci saranno le sciagurate commissioni qualora i conti dello Stato non tornassero. Una prospettiva diversa da come purtroppo avvenne per i greci.
Ma noi siamo l’Italia che al fondo del Mes contribuisce come terzo paese con poco meno del 20%. Con pochi punti in meno della Francia e appena 8 dai concittadini tedeschi. Gli altri paesi europei vengono dopo. Per dire, la Spagna, che ci segue al quarto posto, contribuisce con quasi metà dei nostri versamenti. Quindi perché intossicare il clima già inquieto per la Pandemia?
L’Italia che sta gestendo una difficile e del tutto nuova (!) emergenza a seguito del Covid stava agli occhi attenti dell’UE dimostrando che il Governo nato dopo i mojito estivi sapeva avere capacità e chiedeva fiducia. Ma l’Italia è anche quella che non perde occasione per dimostrarsi inaffidabile sui temi dell’Unione come rappresentanza politica: mentre in Europa il Governo cerca di unire un fronte ampio di solidarietà economica per affrontare l’emergenza, la desta salviniana si saldava alle peggiori derive anti UE.
In questa duplice veste di grande azionista dell’Unione che chiede aiuto e di chi ha una inaffidabile dirigenza politica in casa con leader che puntano più a disfare (per interessi terzi) che a costruire, si rafforzano i veti di paesi che sono molto meno determinanti economicamente ai conti dell’Unione come l’Olanda che, tra l’altro, contribuisce con poco più del 5% al Mes).
Furono gli italiani a spingere più di tutti per arrivare ad una unione europea, non dimentichiamolo. Non dimentichiamolo se tutto formalmente nasce a Roma nel 1957 e se furono gli italiani incarcerati nelle galere fasciste di Ventottene ad immaginare un’Europa unita e federale.
Si partì ad unire il mercato per creare quel benessere e fiducia che avrebbe consentito nelle intenzioni di unire nazioni un tempo ostili. Purtroppo l’agio ha smorzato il sogno federale e fatto rinascere l’egoismo nazionalista che solo una politica aperta e sociale di mutua assistenza può riportare a beneficio di tutti.
Gli aiuti economici e la nuova politica che si dovrà disegnare per gestire il post Covid aprirà una nuova era in Europa con buona pace delle destre. Per questo non dobbiamo smettere di credere nel sogno di Altiero Spinelli, di Ernesto Rossi, di Eugenio Colorni, della Ursula Hirschmann e poi a Jean Monnet e di quanti posero le basi affinché si consentisse a Robert Schuman di fare la storica dichiarazione.
La loro era un’Europa solidale e lo è anche quella nella quale noi ci impegnamo.

Michele Seno – Seg. Prov. Articolo UNO



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