Il lavoro salva, salvare il lavoro

Il Primo Maggio al tempo del Covid ha due caratteristiche: l’epidemia ha evidenziato, per chi lo avesse dimenticato, quanto fondamentale sia il lavoro, di fronte ad una crisi di questo tenore. Il lavoro degli operatori sanitari, ma delle forze dell’ordine, degli amministrativi, degli addetti ai servizi essenziali. Anche quello che alla retorica è piaciuto chiamare “eroismo” o “guerra al fronte”, è il lavoro di medici, infermieri, addetti in senso ampio al settore sanitario e assistenziale, per i quali il salvare vite umane e il curare le persone non è un attività eccezionale ed episodica, ma il loro costante quotidiano impegno lavorativo. La nostra Repubblica, ma la nostra intera struttura sociale, si fonda sul lavoro. E al tempo stesso il lavoro è e sarà una delle potenziali maggiori vittime della pandemia. Secondo l’organizzazione internazionale del lavoro, un miliardo e mezzo di persone potrebbero perdere la loro fonte di sussistenza a causa della crisi provocata dalla pandemia nel mondo. Negli Stati Uniti, 30 milioni di persone hanno chiesto il sussidio di disoccupazione nelle ultime settimane.

Per l’Italia vi sono previsioni estremamente pessimistiche come quella di Goldman Sachs, che stimano un aumento della disoccupazione dal 10 al 17%, ed altre più caute come quella del Fondo Monetario Internazionale che prevede un aumento al 12,7%. Per ora, i dati dell’indagine ISTAT su marzo registrano che “l’occupazione ha registrato una sostanziale tenuta, anche per effetto dei decreti di “sostegno all’occupazione e ai lavoratori per la difesa del lavoro e del redditi”, mentre aumentano notevolmente le persone che hanno smesso di cercare lavoro.” Il Governo nel CuraItalia ha sospeso per 60 giorni i licenziamenti, ed esteso la cassa integrazione a tutte le aziende. Questo non salva i lavoratori a tempo determinato che non si vedono rinnovare il contratto né quelli per i quali non inizierà un rapporto di lavoro che si aspettavano (la stima in Veneto è di 40.000 posti di lavoro per mancate assunzioni in commercio e turismo), ma rende sicuramente meno devastante l’effetto della crisi sui lavoratori. Gli Stati Uniti, che non hanno una cultura dei diritti del lavoro paragonabile alla nostra e a quella europea in generale, lasciano invece che la crisi si abbatta tranquillamente sui lavoratori. Quando al Senato Matteo Salvini nel dibattito sull’informativa del Presidente del Consiglio individua la CGIL come nemico numero uno e dice che “il grande tema comune è quello della libertà, che ci distingue sì – e spero di poterlo dire – da una certa mentalità e una certa cultura sociale, economica e filosofica di sinistra. Abbiamo sentito in questi interventi nominare più volte lo Stato: centralizzare, burocratizzare, verificare e controllare a priori. In un momento di emergenza e di ricostruzione nazionale il mio e il nostro progetto è esattamente il contrario: restituire totale libertà di azione ai cittadini e agli imprenditori di questo Paese”, sta dicendo due cose che i lavoratori di questo paese dovrebbero considerare. Che la Lega è schierata sul fronte liberista e guarda al modello americano più che europeo sui diritti del lavoro, e che un provvedimento come quello, sicuramente “centralizzato, burocratico e a priori”, del blocco dei licenziamenti, un governo guidato da lui non l’avrebbe preso. Dalle anticipazioni che si leggono, pare invece che il blocco venga reiterato anche dal prossimo decreto, e questo mette al sicuro una serie di situazioni.

Resta un vasto mondo, troppo vasto, di precariato, di lavoro informale e di sottoccupazione che ha bisogno di interventi specifici e urgenti, ma anche di interventi più ampi di prospettiva. Se da un lato va scongiurato il rischio di una esplosione della povertà, e quindi è giusto affiancare allo strumento del reddito di cittadinanza e agli altri ammortizzatori già messi in campo un reddito di emergenza che da subito sostenga il reddito dei più scoperti, dall’altro la ricostruzione post pandemia dovrò avere al centro proprio il lavoro, la sua dignità, la sua sicurezza, i suoi diritti. Qui si gioca la partita fondamentale, e i poteri forti stanno muovendo le loro pedine, sia sul controllo dei mezzi di informazione sia sulla scena della rappresentanza politica. Dietro l’enfatizzazione strumentale sulle difficoltà dei baristi, che ovviamente meritano rispetto e attenzione, si staglia chiaramente la voglia di arretrare sul terreno dei diritti del lavoro, dalla reintroduzione dei voucher al posto di assunzioni vere, alla deregulation sugli appalti, alla cancellazione del piccolo avanzamento del decreto dignità contro il precariato, e la voglia di far pagare il costo della crisi, che il suo conto prima o poi lo presenterà, ai soliti noti. Sono coloro che sostengono i servizi dello stato con il loro contributo fiscale, mentre c’è chi pensa di uscire da una crisi che ha evidenziato la necessità vitale di un welfare ben finanziato e di servizi pubblici efficienti e diffusi, favorendo gli evasori fiscali e riducendo la progressività fiscale a favore dei più ricchi. Le manovre per affossare questo governo vogliono scongiurare la prospettiva che si lavori, invece, ad una ricostruzione che sia all’insegna della giustizia sociale e della sostenibilità sociale e ambientale, dell’economia reale contro quella di carta e di un rinnovato ruolo dello stato nell’economia.

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Mai come ora, quindi, non è per nulla retorico dire in questo Primo Maggio che solo il lavoro ci salverà, e il nostro compito e impegno non può che essere salvare il lavoro.

Luca De Marco



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