
Scrivere sulla festa del lavoro nel 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria dovuta dal SARS-COV-2 , necessariamente obbliga ad alcune considerazioni relative all’attualità, che però consentono di riannodare i fili con le ragioni e le mobilitazioni che presiedettero alla costituzione di questa festa.
Infatti se è vero che tutto originò nel 1886 a Chicago, quando in occasione di uno sciopero per la rivendicazione della giornata lavorativa di 8 ore accadde un attentato dinamitardo che uccise moltissime lavoratrici e lavoratori, è altrettanto vero che il graduale avanzamento dei diritti sociali da allora e per buona parte del ‘900 avvenne grazie al movimento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Fu così agli inizi per l’orario di lavoro, poi per le tutele sindacali, quindi per la costruzione dopo il secondo conflitto mondiale delle principali infrastrutture del welfare universale: scuola, previdenza, e sanità.
Un cammino graduale e profondamente ostacolato, ma che, almeno nel nostro paese, ha permesso alcune importanti conquiste sociali. Tra queste, il servizio sanitario nazionale, il cui fondamento è nell’art. 32 della Costituzione (quella Costituzione che all’articolo 1 ricorda il lavoro come radice della Repubblica), che vide alla luce nel 1978 grazie all’impegno di una donna, partigiana, veneta: Tina Anselmi.
Credo sia pertanto giusto ricordare in queste settimane di emergenza, che la nostra idea di sanità, pubblica ed universale, è parte del grande patrimonio di lotte del movimento operaio e della cultura mutualistica e solidaristica, tanto di impronta socialista quanto di impronta cattolico-sociale.
In queste settimane si è usato molto il termine di eroi per definire medici, infermieri, operatori socio sanitari delle case di riposo e delle RSA, impiegati nei servizi di sanificazione, pulizia, ristorazione delle strutture sanitarie. Io credo sia giusto ricordare che queste donne e questi uomini sono prima di tutto lavoratrici e lavoratori, che hanno reso e stanno rendendo un servizio grandissimo alle nostre comunità e al nostro paese.
Perché il lavoro, e questa è l’intuizione più grande della cultura sindacale, è parte essenziale della tua identità di persona, ed è per questo che dove il lavoro è vilipeso e sfruttato è vilipesa e sfruttata la persona: non può esserci dignità di personale senza dignità del suo lavoro.
E’ bene ricordare questo, perché viviamo in un tempo in cui la frammentazione dei processi produttivi, la scelta scellerata di indebolire e togliere tutele, la ridefinizione su scala globale delle dinamiche di produzione (pensiamo al Veneto, ove il modello distrettuale affermatosi negli anni ’70 viene gradualmente sostituito o implementato dall’inserimento delle micro, piccole e medie imprese nella catena mondiale del valore come anelli sempre più piccoli della filiera delle forniture e sub forniture) rende sempre più precario il lavoro, ed espone soprattutto i più giovani a forme di neosfruttamento.
E’ pertanto indispensabile che la politica torni ad esercitare fino in fondo il proprio ruolo non solo di regolatrice, ma altresì di attore pieno e consapevole, ad esempio recuperando la capacità di esercitare una politica industriale, perché il lavoro torni ad essere, per tutte e tutti, strumento di affrancamento dalle tante servitù di oggi, e luogo della vera autonomia dell’uomo.
Gabriele Scaramuzza – Segretario regionale Articolo UNO


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